sabato 7 marzo 2026
Ruth Orkin: gli scatti social di una donna artista
Cos'è la fotografia per le nuove generazioni di oggi? Una spettacolarizzazione compulsiva della propria vita, un susseguirsi di esperieze più o meno banali da condividere, un'auto celebrazione di se stessi o delle proprie amicizie e amori.
Ma nello scatto resta sempre la stessa anima: ossia il tentativo di bloccare qualcosa, di lasciare qualcosa.
Ed è quello che resta anche negli scatti di Ruth Orkin, in mostra a partire dal 5 marzo e fino al 19 luglio 2026 Palazzo Pallavicini.
Un viaggio nella New York degli anni '40 e '50. Ma non solo, tra le immagini si ritrova anche Firenze, Venezia e Parigi. Un salto nella Hollywood più vera attraverso i volti, le ombre, i pezzi di passato. Uno sguardo alle espressioni rubate, di personaggi famosi oppure no. Grandi protagonisti anche i bambini, che giocano per strada, e i cani.
L'esposizione, curata da Anne Morin, organizzata da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo racchiude 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia.
È bello celebrare la donna con questa esposizione dedicata ad una fotografa, ma non solo, una artista, una regista, figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti. Prima di portarli a questa mostra, ho raccontato ai miei figli di chi fosse Ruth Orkin, della sua forza e voglia di esprimersi nel Cinema in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa. La Orkin fu così costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. E lo trovò proprio dietro ad una piccola fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni.
Aveva l'età dei miei figli, che oggi visitano la sua mostra, quando il suo sogno prese un nuovo percorso, sempre artistico, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. E forse per questo estremamente moderno e di più facile lettura per le nuove generazioni abituate oramai ad immagini di qualità quasi perfetta.
Ho raccontato ai miei figli del suo scatto più importante, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani. In questa immagine si sente tutta la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore.
Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. Molto amato dai miei figli, grandi ciclisti, che hanno potuto vedere alcuni luoghi dei loro sogni vissuti con le due ruote oltre che una vera bici dell'epoca presente nella sala espositiva.
Il grande cinema americano si ritrova poi nella serie di foto col titolo Dall’alto, nelle quali Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. La città diventa così viva e le foto somigliano tantissimo alle "storie" di oggi, con pezzi di vita quotidiana e normali. I soggetti delle foto, infatti, sono inconsapevoli del proprio ruolo, ma diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Come può succedere oggi in una immagine o un video condiviso sui nostri social.
Ma la parte sicuramente più amata dai miei ragazzi è stata quella dedicata ai ritratti di grandi personaggi anche da loro conosciuti e riconosciuti: da Albert Einstein a Marlon Brando passando per Alfred Hitchcock, Woody Allen e Orson Welles.
Una mostra degna dei tempi moderni che non risulta passata ma attuale e soprattutto adatta anche ai giovanissimi.
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