Ogni volta che i miei figli mi chiedono cosa sia l'
arte non rispondo mai loro che è quella dei quadri, ma che è quello che arriva loro e che resta e dà frutto a nuova espressività. Che sia in un'opera convenzionale, oppure in una di protesta e di "urlo", fatta sui muri di una città.
Per questa nuova visione artistica dobbiamo anche e sicuramente ringraziare Bansky e tutto il filone nato da lui, quello che oggi chiamiamo The School of Bristol.
Proprio a loro e a questo contesto culturale e artistico è dedicata la
mostra ospitata dal 27 marzo al 2 agosto a
Palazzo Fava.
L'esposizione, promossa da
Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, nell’ambito del progetto culturale
Genus Bononiae, e prodotta da
Opera Laboratori, ricostruisce per la prima volta in modo sistematico il contesto culturale, urbano e politico in cui è nato e si è sviluppato il
linguaggio di Banksy.
Curata da
Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, “
Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)” si avvale della curatela scientifica di
Giovanni Argan e con oltre 300 opere si articola in un percorso di
32 sezioni affidate a protagonisti che, negli anni, sono stati al fianco di Banksy o ne hanno influenzato il percorso, tra cui
Felix Braun, Tom Bingle, John Nation, Kye Thomas, Richard Jones e Christopher Chalkley.
Quando porti un bambino ad una mostra del genere corri un rischio, la classica domanda: "
Mamma, ma non avevi detto che non si può disegnare sui muri? Perchè allora lui lo fa ?".
Devi allora spiegargli che l'arte può trovare vari mezzi per arrivare al suo pubblico, e se sceglie di comunicare in modo incisivo, alle volte può farlo anche imbrattando dei muri o lasciando messaggi forti, a volte anche crudi.
In molte delle opere di Banksy, ad esempio, vengono usate
immagini di bambini, per lanciare messaggi contro le guerre o contro le violenze di vario genere. Le
forze dell'ordine vengono spesso provocate e i potenti della terra derisi. Tutto questo fa parte di un filone artistico ben preciso, che nasce dalle origini di questo artista, nascosto dietro un tentativo, forse oggi venuto meno, di non diffondere la propria identità, che però gli ha dato l'impronta che lo ha reso unico e riconoscibile in tutto il mondo.
Abituati a girar per mostre, i miei figli restano sempre molto affascinati dallo stile e dai messaggi del writer britannico, considerato uno dei maggiori esponenti della street art.
La forza dei suoi lavori, definiti anche
post-graffiti e guerrilla art sta, infatti, nell'utilizzare la dimensione stradale e pubblica e lo spazio urbano, per denunciare e documentare tematiche anche molto impegnative, come possono essere la guerra o lo sfruttamento minorile, utilizzando però sempre un taglio ironico e satirico. Un po' come quando noi genitori cerchiamo di affrontare temi "da grandi" con i nostri figli e lo facciamo usando parole semplici, o avvalendoci dell'aiuto di fiabe o cartoni animati che trattano quell'argomento, nello stesso modo Banksy, con la sua arte riesce a parlare ai più piccoli.
La mostra ospitata da
Palazzo Fava si articola in trentadue sezioni, ricostruendo e inquadrando l’opera di Banksy all’interno del suo specifico contesto generativo, evidenziando il ruolo della cosiddetta “Scuola di Bristol”: un nucleo di artisti e protagonisti della scena locale – tra cui
Robert Del Naja, Tom “Inkie” Bingle, Felix “Flx” Braun, Kyron “Soker” Thomas e Nick Walker – che hanno contribuito a definire il linguaggio e l’ambiente creativo da cui sono scaturite opere iconiche come Balloon Girl e
Flower Thrower.
La mostra presenta oltre trecento tra opere, documenti originali e materiali d’archivio. Le sezioni sono affidate ad artisti e figure culturali che hanno condiviso con Banksy esperienze formative e progettuali nella Bristol degli anni Novanta.
La ricerca e il catalogo edito da
Sillabe sono a cura di
Giovanni Argan, con la supervisione di un comitato scientifico internazionale composto da studiosi tra i più autorevoli nel campo degli studi su Banksy.
Questa mostra è molto adatta ad un pomeriggio in famiglia diverso, per avvicinare i nostri figli all'arte, ma farlo con un linguaggio semplice che permetta loro di trovare stimoli e di riuscire a capire quello che l'artista voleva trasmettere.