sabato 11 aprile 2026

Viva Varda! Il cinema è donna. Un viaggio nel tempo per i nostri bambini in Galleria Modernissimo

 



Immaginate di prendere due ragazzini di oggi, abituati al Cinema in 5D dall'esperieza  immersiva totale e catapultarli nell'arte cinematografica, artistica, politica e culturale  tra Novecento e Duemila. Immaginate di prendere queste menti un po' viziate dall'IA e, per mezzora, parlar loro della Nouvelle Vague, Jacques Demy, il teatro e i gatti, Fidel Castro, Jim Morrison, Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Madonna, Jean-Luc Godard.



È un piccolo viaggio nel tempo che si realizza scendendo le scale del Cinema Modernissimo di Bologna e, approdando alla Galleria che, dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027, ospita la mostra Viva Varda! Il cinema è donna, dedicata ad Agnès Varda (a cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda e le scenografie di Giancarlo Basili), prodotta dalla Cineteca di Bologna e La Cinémathèque française, con il sostegno istituzionale di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, in collaborazione con Ciné-Tamaris, con il main sponsor Gruppo Hera e gli sponsor Selenella e Coop Alleanza 3.0.

Un viaggio lungo 1.200 mq incentrato sulla figura unica della storia del cinema, dell’arte, della fotografia, della militanza politica e culturale, tra Novecento e Duemila: Agnès Varda. Prima regista donna a essere insignita dell’Oscar alla carriera (consegnatole da Angelina Jolie nel 2017), prima regista donna a vincere a Cannes, Venezia, Locarno, Berlino, San Sebastián, 

I giovani visitatori si trovano difronte a film, foto, installazioni, cimeli e costumi che li trascinano in un'epoca per loro totalmente, o in parte, sconosciuta. Scoprono un modo diverso di fare cinema, colori e abiti diversi ma anche miti diversi, forse più semplici e reali dei loro ma sicuramente più affascinanti. La parte preferita è senz'altro quella di ascoltare tratti dai suoi film o di interviste con le cuffie.

La mostra conduce tutti, ma in particolare i piccoli, a conoscere l’approccio di Agnès Varda alle immagini, all'apparenza diverse da quelle digitali di oggi, ma con un fil rouge che gli permette di apprezzarle, come l’autoritratto (oggi chiamato selfie), la fotografia (semplice e non ritoccata), e la pittura (di facile lettura), la sua idea di scrittura per il cinema (in particolare alla creazione di personaggi femminili profondi e sorprendenti), lo sguardo “sociale” e “nomade” dei suoi film (il gusto di documentare il mondo, gli sconvolgimenti politici e i mutamenti culturali) e una parte dedicata al rapporto tra Agnès e l’Italia dove anche i bambini possono riconoscere luoghi noti e vicini. 

Da questa mostra i più piccoli escono forse un po' più consapevoli di un cinema più semplice ma non per questo meno coinvolgente, di una figura di donna forte nella sua espressività e di personaggi e artisti di cui fino ad ora avevano solo sentito narrare nei discorsi di mamma, papà o dei nonni, che ora possono essere associati ad un'immagine e ad un periodo storico preciso. 




lunedì 6 aprile 2026

Facciamo più arte che parli ai bambini: “Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)”

Ogni volta che i miei figli mi chiedono cosa sia l'arte non rispondo mai loro che è quella dei quadri, ma che è quello che arriva loro e che resta e dà frutto a nuova espressività. Che sia in un'opera convenzionale, oppure in una di protesta e di "urlo", fatta sui muri di una città. 

Per questa nuova visione artistica dobbiamo anche e sicuramente ringraziare Bansky e tutto il filone nato da lui, quello che oggi chiamiamo The School of Bristol
Proprio a loro e a questo contesto culturale e artistico è dedicata la mostra ospitata dal 27 marzo al 2 agosto a Palazzo Fava.  

L'esposizione, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae, e prodotta da Opera Laboratori, ricostruisce per la prima volta in modo sistematico il contesto culturale, urbano e politico in cui è nato e si è sviluppato il linguaggio di Banksy.
Curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani,Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)” si avvale della curatela scientifica di Giovanni Argan e con oltre 300 opere si articola in un percorso di 32 sezioni affidate a protagonisti che, negli anni, sono stati al fianco di Banksy o ne hanno influenzato il percorso, tra cui Felix Braun, Tom Bingle, John Nation, Kye Thomas, Richard Jones e Christopher Chalkley.




Quando porti un bambino ad una mostra del genere corri un rischio, la classica domanda: "Mamma, ma non avevi detto che non si può disegnare sui muri? Perchè allora lui lo fa ?".
Devi allora spiegargli che l'arte può trovare vari mezzi per arrivare al suo pubblico, e se sceglie di comunicare in modo incisivo, alle volte può farlo anche imbrattando dei muri o lasciando messaggi forti, a volte anche crudi.
In molte delle opere di Banksy, ad esempio, vengono usate immagini di bambini, per lanciare messaggi contro le guerre o contro le violenze di vario genere. Le forze dell'ordine vengono spesso provocate e i potenti della terra derisi. Tutto questo fa parte di un filone artistico ben preciso, che nasce dalle origini di questo artista, nascosto dietro un tentativo, forse oggi venuto meno, di non diffondere la propria identità, che però gli ha dato l'impronta che lo ha reso unico e riconoscibile in tutto il mondo.



Abituati a girar per mostre, i miei figli restano sempre molto affascinati dallo stile e dai messaggi del writer britannico, considerato uno dei maggiori esponenti della street art.
La forza dei suoi lavori, definiti anche post-graffiti e guerrilla art sta, infatti, nell'utilizzare la dimensione stradale e pubblica e lo spazio urbano, per denunciare e documentare tematiche anche molto impegnative, come possono essere la guerra o lo sfruttamento minorile, utilizzando però sempre un taglio ironico e satirico. Un po' come quando noi genitori cerchiamo di affrontare temi "da grandi" con i nostri figli e lo facciamo usando parole semplici, o avvalendoci dell'aiuto di fiabe o cartoni animati che trattano quell'argomento, nello stesso modo Banksy, con la sua arte riesce a parlare ai più piccoli.


La mostra ospitata da Palazzo Fava si articola in trentadue sezioni, ricostruendo e inquadrando l’opera di Banksy all’interno del suo specifico contesto generativo, evidenziando il ruolo della cosiddetta “Scuola di Bristol”: un nucleo di artisti e protagonisti della scena locale – tra cui Robert Del Naja, Tom “Inkie” Bingle, Felix “Flx” Braun, Kyron “Soker” Thomas e Nick Walker – che hanno contribuito a definire il linguaggio e l’ambiente creativo da cui sono scaturite opere iconiche come Balloon Girl e Flower Thrower.

La mostra presenta oltre trecento tra opere, documenti originali e materiali d’archivio. Le sezioni sono affidate ad artisti e figure culturali che hanno condiviso con Banksy esperienze formative e progettuali nella Bristol degli anni Novanta.
La ricerca e il catalogo edito da Sillabe sono a cura di Giovanni Argan, con la supervisione di un comitato scientifico internazionale composto da studiosi tra i più autorevoli nel campo degli studi su Banksy.
Questa mostra è molto adatta ad un pomeriggio in famiglia diverso, per avvicinare i nostri figli all'arte, ma farlo con un linguaggio semplice che permetta loro di trovare stimoli e di riuscire a capire quello che l'artista voleva trasmettere.





sabato 28 marzo 2026

Frida Kahlo, a Palazzo Pepoli, insegna ai bambini a guardarsi con gli occhi degli altri

Come ci vediamo noi? Come ci vedono gli altri? Chi era Frida Kahlo e cosa rappresenta oggi per noi? 
Entriamo nella nuova mostra ospitata, dal 28 marzo al 27 settembre 2026, a Palazzo Pepoli di Bologna, sede del Museo della Storia di Bologna, e curata da ONO arte, con queste domande. L'esposizione, presentata da Ergo Expo, dal titolo “Frida Kahlo. Lo sguardo come identità”, è infatti dedicata all’artista messicana e alla rappresentazione della sua immagine.


Prima di scegliere e visitare una mostra con i miei bambini cerco sempre il modo per incuriosirli e coinvolgerli. Per farlo gli pongo delle domande che partono da loro: credi che il modo in cui ti vedi e ti rappresenteresti tu è uguale a come ti vedono e ti disegnerebbero i tuoi amici o le persone che ti vogliono bene? La risposta è in una delle abitudini che toccano oggi anche i giovanissimi: i selfie vengono sempre molto differenti dalle foto che ci fanno gli altri. Cambia l'espressione e anche il focus centrale. Forse gli altri vedono di noi e amano e valorizzano di noi cose che invece noi tendiamo a sottovalutare o a non amare. 

È quello che succede in queste 70 fotografie originali realizzate da importanti autori e autrici della fotografia, tra cui Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz, Bernard Silberstein e Graciela Iturbide, che ritraggono, parlano e raccontano Frida Kahlo. 

Artista, attivista, donna, icona, Frida Kahlo è diventata negli ultimi anni un simbolo, spesso svuotato di contenuto o dentro il quale sono stati riversati, di volta in volta, i significati più diversi. Possiamo dire che in Frida Kahlo la nostra epoca ha trovato una figura straordinariamente utile - se non necessaria - per pensare temi che ci riguardano da vicino quali identità, corpo, dolore e rappresentazione di sé. Lei stessa, infatti, nel corso della sua vita, è sempre stata molto consapevole e attenta alla propria immagine.


L’ampio uso dell’autoritratto nella sua pratica pittorica – iniziato dopo l’incidente che, appena diciottenne, la immobilizzò a letto per oltre tre mesi e la segnò per tutta la vita – testimonia un costante lavoro sulla rappresentazione del sé. Anche l’uso esclusivo di abiti della tradizione messicana, in contrasto con la moda dell’epoca, diventa parte integrante della sua identità e, in seguito, del suo mito. Kahlo arrivò persino a modificare il proprio nome e a cambiare l’anno di nascita, facendolo coincidere con quello della rivoluzione messicana. 


Ma gli altri la vedevano come si vedeva lei? Questa mostra aiuta anche i più piccoli a riflettere su questo interessante tema. Crescendo, Kahlo, infatti, non rifiutò mai l’opportunità di farsi fotografare, che si trattasse di amici, parenti o degli artisti con cui entrava in contatto. È difficile individuare, nella storia dell’arte, qualcuno ritratto così frequentemente quanto Frida Kahlo, soprattutto considerando che in quegli anni la fotografia stava appena iniziando a diffondersi come linguaggio autonomo. 

I bambini scoprono l'artista vista dagli altri, nei suoi lati forse più umani e meno eccentrici. Uno sguardo dolce e affettuoso, ma anche ammirato e rispettoso. Il grande numero di ritratti fotografici dedicati a Frida Kahlo restituisce infatti un’immagine cangiante e molteplice: c’è la Frida colta dallo sguardo dell’amante, del gallerista, delle amiche più intime, dei fotografi e delle fotografe più noti; ma anche quella osservata dai reportagisti e dai suoi conterranei ispano-americani. La domanda che emerge non è quindi quale di queste immagini sia la più autentica, ma quanto Frida stessa abbia influenzato questi sguardi. È bello vedere come i piccoli visitatori riflettano su questa importante differenza artistica, e non solo: la bellezza di scoprirsi attraverso gli occhi degli altri. 

Una mostra molto adatta al pubblico più giovane, perchè piena di spunti da cui far nascere anche una bella passione per l'arte della fotografia.





sabato 21 marzo 2026

Quando un bambino incontra Andy Warhol...

"Non è forse la vita una serie d'immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?".
Una vita alla Andy Warhol. Con la sua visione Pop, i suoi colori esplosivi, la provocazione e l'estro. Forse è così che auguro la vita ai miei figli. E portarli, oggi, a visitare la mostra a lui dedicata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è un grande onore oltre che un bel regalo. Come un nuovo paio di occhiali da sole attraverso cui vedere il mondo come un enorme parco giochi nel quale esprimere se stessi, nel bene e nel male. Perchè come diceva lui stesso
"Quando sono buono, sono molto buono, ma quando sono cattivo sono meglio".
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Intitolata Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, e realizzata grazie alla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, con il sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la mostra accoglie alcune tra le creazioni più provocatorie del grande artista, in un’immersiva rievocazione dell’esposizione del 1975-76 a cui si accompagna un appassionante viaggio nell’universo della ritrattistica warholiana. L'esposizione propone, infatti, una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.
A 50 anni dall'epocale prima ospitata, la mostra si pone una duplice ambizione: quella di riscoprire la forza iconica di immagini ancora fortemente esplosive e, parallelamente, mettere alla prova la sorprendente attualità della ricerca di Warhol, che ha anticipato l’era della comunicazione globale e ha acceso i riflettori su temi tuttora aperti come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione e diffusione di un’identità sociale. Interessante portare menti pure, libere e aperte come quelle dei bambini davanti a queste immagini provocatorie. I piccoli visitatori infatti si ritrovano davanti a ritratti di drag queen afro-americane e portoricane, e lo fanno, per la prima volta, proprio dall'occhio provocatore di Warhol. La donna, ogni tipo di donna, diventa icona grazie ad un percorso espositivo fatto di tappe che seguono la radicale reinvenzione del ritratto tradizionale prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo.
Il bambino moderno, abituato già ad immagini mai banali e sempre in movimento, si confronta con il processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto e lo rendono più leggero soprattutto per i più piccoli. In questo modo l'artista rivive nelle sale di Palazzo dei Diamanti e la domanda dei miei figli sorge spontanea: "Ma è ancora vivo?". Ma la parte più apprezzata dai miei due ragazzi arriva con alcuni dei ritratti e autoritratti più iconici prodotti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta: dalla serie di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, emblemi globali di una sensualità disinibita e teatrale, alle effigi fluide e smaterializzate di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, per culminare con una spettacolare sala di autoritratti con cui l’artista esplora i confini della sua stessa identità. Consiglio questo percorso a chi ha abituato occhi e menti dei propri figli anche alle arti più crude, estreme e potenti.

domenica 15 marzo 2026

Il Robin Hood di Fantateatro non delude mai

Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia
Nelson Mandela
Avete presente quei classici, quelle storie che passano e sopravvivono alle generazioni e continuano ad appassionare e a piacere sia ai genitori che ai figli? Possiamo dire senza dubbio che Robin Hood è una di queste. Una leggenda avvincente, un eroe di altri tempi che lascia un messaggio positivo. Una storia piena di sfaccettature che non stanca mai. Dopo aver letto il libro, aver visto diversi film e cartoni animati e averlo anche interpretato in una recita scolastica, mio figlio piccolo mi ha chiesto di andarlo a vedere a teatro. E chi, se non Fantateatro, poteva soddisfare questo desiderio? Così, in una bella domenica pomeriggio di metà marzo, siamo andati al Teatro Dehon di Bologna per scoprire questa nuova versione e interpretazione dell'eroe vestito di verde che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
Nell’Inghilterra medievale, il nobile Robin di Locksley, rimasto fedele a Re Riccardo Cuor di Leone, si oppone al nuovo sovrano di Inghilterra, il Principe Giovanni Senzaterra. Costretto alla fuga, Robin si nasconde nei boschi e inizia a farsi chiamare “Robin Hood”: altri ribelli, come Little John, si uniscono a lui e iniziano a svaligiare le casse del regno per ripartirle fra la povera gente. Quello che ci è arrivato è uno spettacolo epico e comico al tempo stesso, in cui il carattere dell’eroe protagonista è in grado di far riflettere anche i più piccoli sui valori per cui vale la pena lottare: la generosità e la giustizia. Sulle poltroncine del teatro i piccoli spettatori seguono con attenzione e passione, ridono, commentano e vengono coinvolti dal grande ardore che viene sempre fuori dagli spettacoli di Fantateatro. C'è storia ma anche colori, musica e il linguaggio giusto per arrivare a tutti, con pochi ma semplici messaggi che il bambino tiene dentro di se, elabora e fa suoi. E Robin Hood è senz'altro uno dei racconti che lasciano uno dei messaggi più belli e importanti: lottare contro le ingiustizie, difendere i più deboli e usare le proprie risorse per fare del bene. In breve: l'empatia. Sentimento, tra tutti, che forse negli ultimi decenni è andato più perduto o sottovalutato e che invece, a mio parere, dovrebbe essere inserito nella Top ten di quelli da insegnare, insieme al rispetto e all'umiltà. I classici non sbagliano mai e fanno sempre molto bene ai bambini, ancor più se visti a teatro e messi in scena dalla chi sa parlare il linguaggio dei più piccoli usando l'arte.

sabato 7 marzo 2026

Ruth Orkin: gli scatti social di una donna artista

Cos'è la fotografia per le nuove generazioni di oggi? Una spettacolarizzazione compulsiva della propria vita, un susseguirsi di esperieze più o meno banali da condividere, un'auto celebrazione di se stessi o delle proprie amicizie e amori. Ma nello scatto resta sempre la stessa anima: ossia il tentativo di bloccare qualcosa, di lasciare qualcosa. Ed è quello che resta anche negli scatti di Ruth Orkin, in mostra a partire dal 5 marzo e fino al 19 luglio 2026 Palazzo Pallavicini. Un viaggio nella New York degli anni '40 e '50. Ma non solo, tra le immagini si ritrova anche Firenze, Venezia e Parigi. Un salto nella Hollywood più vera attraverso i volti, le ombre, i pezzi di passato. Uno sguardo alle espressioni rubate, di personaggi famosi oppure no. Grandi protagonisti anche i bambini, che giocano per strada, e i cani.
L'esposizione, curata da Anne Morin, organizzata da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo racchiude 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. È bello celebrare la donna con questa esposizione dedicata ad una fotografa, ma non solo, una artista, una regista, figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti. Prima di portarli a questa mostra, ho raccontato ai miei figli di chi fosse Ruth Orkin, della sua forza e voglia di esprimersi nel Cinema in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa. La Orkin fu così costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. E lo trovò proprio dietro ad una piccola fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni. Aveva l'età dei miei figli, che oggi visitano la sua mostra, quando il suo sogno prese un nuovo percorso, sempre artistico, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. E forse per questo estremamente moderno e di più facile lettura per le nuove generazioni abituate oramai ad immagini di qualità quasi perfetta. Ho raccontato ai miei figli del suo scatto più importante, American Girl in Italy,
che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani. In questa immagine si sente tutta la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore.
Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. Molto amato dai miei figli, grandi ciclisti, che hanno potuto vedere alcuni luoghi dei loro sogni vissuti con le due ruote oltre che una vera bici dell'epoca presente nella sala espositiva. Il grande cinema americano si ritrova poi nella serie di foto col titolo Dall’alto, nelle quali Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. La città diventa così viva e le foto somigliano tantissimo alle "storie" di oggi, con pezzi di vita quotidiana e normali. I soggetti delle foto, infatti, sono inconsapevoli del proprio ruolo, ma diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Come può succedere oggi in una immagine o un video condiviso sui nostri social.
Ma la parte sicuramente più amata dai miei ragazzi è stata quella dedicata ai ritratti di grandi personaggi anche da loro conosciuti e riconosciuti: da Albert Einstein a Marlon Brando passando per Alfred Hitchcock, Woody Allen e Orson Welles. Una mostra degna dei tempi moderni che non risulta passata ma attuale e soprattutto adatta anche ai giovanissimi.

sabato 28 febbraio 2026

Le Foibe in una graphic novel. "Una storia da ricordare” anche dai bambini

Le fiabe, i fumetti, i disegni sono, da sempre, uno dei modi più efficienti per raccontare al bambino storie difficili, a volte tristi, a volte crudeli. Le Foibe sono una di queste storie, che vuoi e devi far conoscere ai tuoi figli, ma non sai mai come fare. Anche questa volta ci pensa l'arte e, in particolare, quella della graphic novel di Giorgio Alfani che dal 24 febbraio al 5 marzo viene ospitata dalla Manica Lunga di Palazzo d'Accursio. “Una storia da ricordare” ripercorre, nelle tavole, la storia familiare del bisnonno Luciano Buri di Fiume e della sua tragica fine.
I miei figli, appassionati e amanti del fumetto e di ogni arte legata al disegno, si sono lasciati trasportare da questo racconto visivo come un fiume in piena, hanno guardato le immagini, letto le illustrazioni, fatto domande sulla storia, anche criticato il tratto grafico, e poi hanno capito. Hanno capito che si trattava di una storia vera, hanno sentito il dolore del racconto e visto il cambiamento sul volto dei protagonisti. Sono riusciti ad entrare nel vivo del racconto grazie a queste tavole create proprio per arrivare a tutti, in modo semplice ma diretto. Le Foibe restano una delle vicende storiche più difficili da narrare, per non intrecciare colpevoli e vittime. Ma questo racconto a fumetti è molto bravo a narrare i fatti e a farli capire anche ai più piccoli.
Completano la mostra sei illustrazioni che rappresentano le città di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia. Con cartoline in omaggio all'uscita. La mostra è prodotta dal Comitato di Bologna dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e sarà visitabile tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30.

sabato 21 febbraio 2026

La scienza arriva sul Crescentone

Come ogni anno la scienza scende in piazza per far giocare tutti. La Fondazione Golinelli torna, anche quest'anno, ad invadere il Crescentone di Piazza Maggiore con giochi, esperimenti, realtà virtuale e microscopi. Bambini di ogni età vengono trascinati nella realizzazione della città del futuro, creano costruzioni con bastoncini colorati, scoprono i segreti scientifici del cibo, entrano nella virtualità e si studiano al microscopio piccoli insetti o pezzi di foglie.
Sotto il primo sole è bellissimo vedere bambini piccolissimi diventare piccoli Einstein, fare domande ai volontari della Fondazione e inventarsi pezzi della città del domani. I miei figli hanno creato robot e, da bravi ciclisti, una pista ciclabile che, al passaggio delle bici, accende i lampioni.
L’edizione 2026, inoltre, si intreccia con la mostra I Preferiti di Marino. Capitolo II – Opus Mundi, in esposizione al Centro Arti e Scienze Golinelli dal 6 febbraio al 28 giugno 2026: un invito a esplorare la meraviglia del mondo nelle sue connessioni più sorprendenti. Un appuntamento di condivisione, curiosità e divertimento, dove scienza, tecnologia e arte trovano spazio e voce, guidando le/i partecipanti in un viaggio emozionante attraverso idee, immaginazione e partecipazione.

venerdì 13 febbraio 2026

Why We Sing, una serata "insieme" a DiverTeatro

Quando i miei figli mi chiedono cosa sia l'arte e perchè io li porti sempre ad eventi di ogni genere, dalle mostre ai concerti, dalle rappresentazioni in piazza agli spettacoli teatrali, rispondo loro che l'arte non è. L'arte fa. Ti fa sentire meglio se ti senti giù. Ti fa scambiare opinioni su stili e generi. Ti fa pensare, a quello che può significare o insegnare. Ma l'arte ha anche un potere speciale: unisce. È forse questa la forma principale d'arte che abbiamo scoperto nel concerto al quale abbiamo partecipato questa sera, alla vigilia di San Valentino. Siamo finiti qui, nel Teatro Centofiori di Bologna, grazie all'invito della mamma di un amico di mio figlio maggiore. Lei, infatti, fa parte dell'associazione DiverTeatro, la prima realtà teatrale a Bologna interamente dedicata "a chi il teatro lo fa per divertimento!", così si presentano sulla loro pagina web.
Why We Sing, questo il nome dell'evento che in questa occasione ha registrato un sold out, è un concerto pop corale che mette al centro il piacere di cantare insieme. Oltre 50 voci, di età e storie diverse, accompagnano il pubblico in un percorso musicale fatto di emozioni, ricordi e condivisione. Il pubblico, anche il più giovane, viene coinvolto, si diverte, si anima soprattutto durante il medley Disney. Ed è questo il bello dell'arte, che ti permette di sentirle sotto pelle e di farti coinvolgere.

sabato 7 febbraio 2026

Art Week part 2. Riflettere con l'arte

Riflettere. E nel riflettere, trovare mille lati di se stessi, mille forme del nostro carattere e della nostra personalità. L'arte mi aiuta sempre ad affrontare discorsi anche complicati con i miei figli. L'istallazione ospitata nella cortile della Biblioteca dell'Archiginnasio in occasione di Art Week dal titolo SELLOS DE IDENDIDAD – Francobolli d’identità di Joan Crous per do ut do 2026 – Identità, aiuta ad affrontare questo difficile tema.
Appena entri nell'elegante cortile dell'Archiginnasio, questa opera, composta da bicchieri, vetri e specchi, ti cattura immediatamente. Sarà la luce del sole che crea colori interessanti o la voglia di ritrovare il proprio riflesso in uno degli specchi triangolari posti di lato. Subito i bambini iniziano a chiedersi cosa rappresenti e perchè quei bicchieri siano stati messi in quella posizione.
L’opera mette in dialogo simbolico e reale: nella stanza di vetro lo spazio è rappresentazione, all’esterno lo spettatore diventa protagonista, riflettendosi negli specchi. Un’identità che non è mai isolata, ma radicata nel contesto e nella memoria collettiva, riconoscibili nei mattoni e nelle effigi del chiostro. Ogni individuo ha un’identità unica, fatta di sfumature irripetibili. Ma è solo nel confronto con l’altro che possiamo riconoscerci e definirci davvero. È più facile, davanti a questa opera, spiegare ai miei figli come noi somigliamo agli specchi e bicchieri che, pur avendo una loro identità, talvolta riflettono le immagini di chi si trova accanto a loro. Si ritroveranno nella vita, nonostante caratteri forti e decisi, a prendere decisioni influenzati da un amico o da un amore. A volte se ne pentiranno, rendendosi conto che non era la scelta giusta per loro, altre tali scelte cambieranno totalmente la rotta della propria vita. Ma quella forma originaria, il nucleo di tutto, resterà e farà sempre parte di loro.