sabato 9 maggio 2026

Le Bolognesi, le donne che somigliano alla città

 "Mamma, ma chi sono Le Bolognesi ?". 

Sono le donne che vivono la città, le trovi ancora sedute sui gradini di Piazza Maggiore a leggere un libro o tra le viuzze dai mattoni rossi che sfrecciano in bici o a prendere un caffè al bar. Sono in questa mostra di Antonio Masotti ospitata dalla Galleria Modernissimo. 

Una serie composta da più di 5500 fotografie, tra negativi e stampe di vario formato, raccolte tra i materiali conservati presso gli archivi della Cineteca e quelli provenienti dall’Archivio privato Antonio Masotti, ora inventariate e digitalizzate. 



"È come fare una passeggiata per Bologna", spiego ai miei figli che osservano le foto con curiosità e tante domande. "Ma perchè sono vestite strane?". Perchè queste bolognesi abitavano la città tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, eppure, a parte qualche particolare come gli abiti e la capigliatura, sembrano proprio ragazze di oggi perchè hanno negli occhi e nell'atteggiamento quel tipico modo di fare delle bolognesi: libere e indipendenti, forti, determinate e bellissime. Tanto da somigliare alle donne parigine, considerate tra le più chic al mondo. Voltando l'angolo, infatti, ci si trova immersi da la mostra Viva Varda, che abbiamo già visitato, e anch'essa dedicata ad una grande donna. 

I miei figli ritrovano i portici, gli angoli e le luci della città che diventano tutt' uno con queste bolognesi protagoniste viste dagli occhi innamorati di Antonio Masotti. Solo una piccola parte di questi scatti sono andati a confluire all’interno del volume Le Bolognesi, edito da Nuova Abes nel 1963, con testi di Riccardo Bacchelli e Massimo Dursi, ancora oggi ricordato come uno dei libri fotografici più rilevanti del genere. 

Ai bambini resta un omaggio elegante alla donna che cambia magari nel suo abbigliamento ma resta sempre uguale negli anni nel dare colore e rappresentare l'anima forte di una città. Le Bolognesi hanno gli occhi pieni e sinceri, hanno il passo deciso ed elegante e lo stile cittadino ma mai snob. 



All'uscita della mostra faccio ai miei figli la stessa domanda che mi hanno fatto loro all'ingresso: 

"Chi sono per voi le bolognesi?".

"Sono le cittadine di Bologna, quelle che somigliano alla città". 

In questa frase c'è tutto il senso di portare dei bambini a visitare questa mostra.








domenica 3 maggio 2026

MUBIT, la storia del Basket italiano raccontata ai bambini

 Tanti tanti anni fa, quando eravamo piccoli noi, Bologna era chiamata Basket City...

Inizia così, la nostra visita al MUBIT, il nuovo Museo del Basket Italiano inaugurato pochi giorni fa e interamente dedicato alla storia del basket italiano. 



Promosso dal Comune di Bologna e dalla Federazione Italiana Pallacanestro, e gestito da Fondazione Bologna Welcome, MUBIT ha scelto come casa il PalaDozza di Bologna, tempio della pallacanestro italiana e simbolo della passione cestistica. Un luogo storico che oggi diventa anche spazio di memoria, cultura sportiva e innovazione.

Portare due bambini cresciuti in una fase nuova del basket nazionale a visitare un museo dedicato agli anni d'oro e far loro scoprire la centralità che questo sport, soprattutto nella rivalità tra le due squadre di casa, Virtus e Fortitudo, aveva per Bologna tra gli anni 50 e gli anni 90 è stato davvero interessante. 



Il MUBIT, infatti, è pensato e curato in ogni suo aspetto per onorare la storia di uno degli sport di squadra più praticato dai bambini di tutto il mondo. Iniziando dalla scelta della sede, luogo iconico e fatto di partite leggendarie che hanno emozionato non solo i bolognesi ma l'Italia intera. Questo progetto culturale mira infatti a custodire un mito i chi meglio dei bambini, padroni del nostro futuro, possono e devono conoscere la storia del basket per continuare a seguirlo e amarlo. 

Visitando il Museo si scoprono cimeli, documenti inediti e immagini iconiche che hanno segnato la cultura sportiva del Paese.

Ma la cosa che in assoluto conquista di più i giovani visitatori è il coinvolgimento che il MUBIT riesce a trasmettere loro attraverso un’esperienza pulsante, dove il video, il suono dell'arena, le voci delle telecronache leggendarie e l’interattività cancellano il confine tra spettatore e giocatore. Le proiezioni dinamiche e video-wall che trasmettono le grandi azioni della storia del basket piacciono tantissimo ai bambini regalando il classico effetto wow. 

Grazie alle postazioni digitali i miei figli sono diventati allenatori per un giorno, approfondendo le tattiche e rivivendo i momenti che hanno reso grande il basket italiano.

L'ultima sala interattiva dove si insegnano i movimenti del basket è perfetta per i giovani visitatori facendoli sentire dentro allo sport e parte attiva del Museo.



Ogni pezzo del museo è pensato per arrivare a tutti, a chi è cresciuto con la passione per la pallacanestro e a chi, magari, si approccia solo ora. Si respira la storia ma anche il futuro. Viene voglia di rivivere l'emozione di quei grandi derby cittadini ma anche di scoprire le emozioni che ancora ci riserva questo sport tanto amato nella nostra città.

Consiglio di visitare questo museo con dei bambini, per il piacere di dire loro "io c'ero", ma anche per lasciare traccia di quello che è stato in tutta la passione che questo sport ancora ci può riservare. 



venerdì 1 maggio 2026

Artevento. Quando Fratello vento ti insegna la libertà

 Una volta l'anno la Riviera Romagnola sposta lo sguardo dal blu del mare all'azzurro del cielo.

Tutti col naso all'insù per ammirare i mille colori di Artevento, il Festival internazionale dell'Aquilone.

Ed è così che dei bambini abituati a tenere la testa bassa su smartphone e tablet, tirano su lo sguardo per restare a bocca aperta davanti ad uno dei giochi più antichi, semplici e magici mai esistiti: l'aquilone



L'edizione di quest'anno, che si svolge dal 23 aprile al 3 maggio sulla spiaggia di Pinarella tra le saline, la pineta e il mare, è dedicata a  “Fratello vento”

Oltre 200 artisti provenienti da più di 50 Paesi dei 5 Continenti e 2000 partecipanti spontanei internazionali colorano il cielo con i propri aquiloni. E se pensate all'aquilone come il classico rombo colorato vi sbagliate di grosso. Tra le nuvole, infatti, si aggirano balene giganti, alieni, personaggi dei fumetti e dei cartoni animati e ogni forma e misura che voi possiate anche solo immaginare. 

Questa 46esima edizione mira a promuovere la cura dell’ambiente e la fratellanza fra i popoli, celebrando il connubio tra arte e natura attraverso 4 temi interconnessi: gli 800 anni dalla morte di San Francesco, i 100 anni dal Nobel per la letteratura alla poetessa Grazia Deledda, il 40° anniversario del gemellaggio tra la Regione Emilia-Romagna e la Prefettura di Ibaraki in Giappone e il sodalizio tra ARTEVENTO e Circo Contemporaneo.

Per noi non è stata la prima volta. Eppure ogni edizione porta con sé emozioni diverse. In questi anni i miei bambini hanno imparato a far volare un aquilone, hanno scoperto che il vento può diventare amico dell'uomo e regalare giochi di danza meravigliosi, hanno scoperto che ci sono aquiloni talmente lunghi che "arrivano fino alla luna" e che anche questa è una forma d'arte.



Per questa edizione è stato scelto come ospite d’Onore il collettivo artistico Bimana dalla Colombia, che ha scelto proprio ARTEVENTO per il suo primeur in Europa, condividendo lo spirito del festival che ogni anno porta in rassegna i più innovativi creatori di forme nuove e inaspettate.

Le sue opere danno vita e colore alla nuova imperdibile attrazione del festival, la performance La Parata delle Creature, studiata ad hoc per questa edizione come una gioiosa, coinvolgente celebrazione collettiva ed immersiva della meraviglia della natura, in omaggio allo spirito rispettoso per tutti i suoi elementi insito nel Cantico francescano.

Coordinato dal vulcanico Alejandro Uribe, Bimana porterà a Cervia le sue grandi opere tridimensionali nate dall’intuizione di fondere il mondo delle 3D air creations, con quello del teatro di figura in una nuova modalità espressiva e performativa famosa in sud America, condividendo lo spirito del festival che ogni anno porta in rassegna i più innovativi ideatori di forme nuove e performance inaspettate.



Come alla fine di ogni evento chiedo sempre ai miei figli cosa hanno amato di più e cosa resterà loro, e questa volta la lista è davvero lunga: ci sono i personaggi che conoscono e amano che sono diventati enormi palloni volanti, le bandierine colorate sulla sabbia che, con l'aiuto del vento, hanno animato la spiaggia, e poi immancabili i giochi, il mare, il sole e la libertà che questo festival trasmette a tutti, grandi e piccini.

Grazie Artevento. Ci vediamo il prossimo anno!

domenica 26 aprile 2026

Siamo sempre pazzi di Sigurtà. Anche per la Tulipanomania!

Una distesa di tulipani di tutti i colori: gialli, rossi, bianchi. Un elegante giardino ricoperto di tonalità, profumi ed emozioni. Siamo chiaramente in Olanda...no no aspetta...cancella e ricomincia...ma quale Olanda ?? Siamo a due passi da Verona, nel fiabesco Parco Giardino di Sigurtà.



Esatto, siamo tornati a Sigurtà, perchè si torna sempre dove si è stati bene. Ma ora che i bambini sono cresciuti siamo venuti in una occasione diversa: niente feste dedicate ai più piccoli o cacce alle uova di Pasqua. Questa volta abbiamo puntato tutto sulla bellezza, sull'instagrammabile e sull'effetto wow.

Si chiude oggi, infatti, Tulipanomania, la più importante fioritura di tulipani in Italia, con oltre un milione di bulbi che fioriscono tra marzo e fine aprile/inizio maggio. Lo spettacolo offre 200 varietà di tulipani, inclusi aiuole galleggianti, show garden e panchine fiorite, attirando visitatori da tutto il mondo nei 60 ettari del parco.



Ogni volta che arriviamo in questo parco, che si trova a Valeggio sul Mincio, sembra sempre di entrare in un quadro di Monet. 

Tra iris, peonie, rose, le varietà più tardive dei tulipani e i magnifici allium si ammirano quadri cromatici accostati al verde brillante dei prati e alle sfumature più scure dei boschi secolari. E tra una corsa sul mozzafiato Grande Tappeto Erboso, una foto ad ognuno dei 18 laghetti, una tappa al polirinto e un salto per i bambini in fattoria viene fame e ci si ferma per un pic nic o un gelato in uno dei chioschi del Parco. 

La giornata, così, vola in un attimo e la primavera è ovunque: nei paesaggi, nei boccioli, negli odori naturali e anche nei suoni degli uccellini che volano liberi in questo paradiso in terra.



Cosa lascia nei bambini una gita a Sigurtà? Lascia i nomi dei fiori, il sentimento oramai raro di sorprendersi per le bellezze della natura, lascia un tempo lento con mamma e papà in un posto dove nulla è digitale e tutto è più reale. Ma lascia anche il bello negli occhi: per i colori, per le forme dei petali e per il solletichio dell'erba sulle gambe. 

Questo, e molto altro, è il Parco Giardino Sigurtà, e tornarci è sempre bellissimo. 




sabato 11 aprile 2026

Viva Varda! Il cinema è donna. Un viaggio nel tempo per i nostri bambini in Galleria Modernissimo

 



Immaginate di prendere due ragazzini di oggi, abituati al Cinema in 5D dall'esperieza  immersiva totale e catapultarli nell'arte cinematografica, artistica, politica e culturale  tra Novecento e Duemila. Immaginate di prendere queste menti un po' viziate dall'IA e, per mezzora, parlar loro della Nouvelle Vague, Jacques Demy, il teatro e i gatti, Fidel Castro, Jim Morrison, Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Madonna, Jean-Luc Godard.



È un piccolo viaggio nel tempo che si realizza scendendo le scale del Cinema Modernissimo di Bologna e, approdando alla Galleria che, dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027, ospita la mostra Viva Varda! Il cinema è donna, dedicata ad Agnès Varda (a cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda e le scenografie di Giancarlo Basili), prodotta dalla Cineteca di Bologna e La Cinémathèque française, con il sostegno istituzionale di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, in collaborazione con Ciné-Tamaris, con il main sponsor Gruppo Hera e gli sponsor Selenella e Coop Alleanza 3.0.

Un viaggio lungo 1.200 mq incentrato sulla figura unica della storia del cinema, dell’arte, della fotografia, della militanza politica e culturale, tra Novecento e Duemila: Agnès Varda. Prima regista donna a essere insignita dell’Oscar alla carriera (consegnatole da Angelina Jolie nel 2017), prima regista donna a vincere a Cannes, Venezia, Locarno, Berlino, San Sebastián, 

I giovani visitatori si trovano difronte a film, foto, installazioni, cimeli e costumi che li trascinano in un'epoca per loro totalmente, o in parte, sconosciuta. Scoprono un modo diverso di fare cinema, colori e abiti diversi ma anche miti diversi, forse più semplici e reali dei loro ma sicuramente più affascinanti. La parte preferita è senz'altro quella di ascoltare tratti dai suoi film o di interviste con le cuffie.

La mostra conduce tutti, ma in particolare i piccoli, a conoscere l’approccio di Agnès Varda alle immagini, all'apparenza diverse da quelle digitali di oggi, ma con un fil rouge che gli permette di apprezzarle, come l’autoritratto (oggi chiamato selfie), la fotografia (semplice e non ritoccata), e la pittura (di facile lettura), la sua idea di scrittura per il cinema (in particolare alla creazione di personaggi femminili profondi e sorprendenti), lo sguardo “sociale” e “nomade” dei suoi film (il gusto di documentare il mondo, gli sconvolgimenti politici e i mutamenti culturali) e una parte dedicata al rapporto tra Agnès e l’Italia dove anche i bambini possono riconoscere luoghi noti e vicini. 

Da questa mostra i più piccoli escono forse un po' più consapevoli di un cinema più semplice ma non per questo meno coinvolgente, di una figura di donna forte nella sua espressività e di personaggi e artisti di cui fino ad ora avevano solo sentito narrare nei discorsi di mamma, papà o dei nonni, che ora possono essere associati ad un'immagine e ad un periodo storico preciso. 




lunedì 6 aprile 2026

Facciamo più arte che parli ai bambini: “Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)”

Ogni volta che i miei figli mi chiedono cosa sia l'arte non rispondo mai loro che è quella dei quadri, ma che è quello che arriva loro e che resta e dà frutto a nuova espressività. Che sia in un'opera convenzionale, oppure in una di protesta e di "urlo", fatta sui muri di una città. 

Per questa nuova visione artistica dobbiamo anche e sicuramente ringraziare Bansky e tutto il filone nato da lui, quello che oggi chiamiamo The School of Bristol
Proprio a loro e a questo contesto culturale e artistico è dedicata la mostra ospitata dal 27 marzo al 2 agosto a Palazzo Fava.  

L'esposizione, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae, e prodotta da Opera Laboratori, ricostruisce per la prima volta in modo sistematico il contesto culturale, urbano e politico in cui è nato e si è sviluppato il linguaggio di Banksy.
Curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani,Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)” si avvale della curatela scientifica di Giovanni Argan e con oltre 300 opere si articola in un percorso di 32 sezioni affidate a protagonisti che, negli anni, sono stati al fianco di Banksy o ne hanno influenzato il percorso, tra cui Felix Braun, Tom Bingle, John Nation, Kye Thomas, Richard Jones e Christopher Chalkley.




Quando porti un bambino ad una mostra del genere corri un rischio, la classica domanda: "Mamma, ma non avevi detto che non si può disegnare sui muri? Perchè allora lui lo fa ?".
Devi allora spiegargli che l'arte può trovare vari mezzi per arrivare al suo pubblico, e se sceglie di comunicare in modo incisivo, alle volte può farlo anche imbrattando dei muri o lasciando messaggi forti, a volte anche crudi.
In molte delle opere di Banksy, ad esempio, vengono usate immagini di bambini, per lanciare messaggi contro le guerre o contro le violenze di vario genere. Le forze dell'ordine vengono spesso provocate e i potenti della terra derisi. Tutto questo fa parte di un filone artistico ben preciso, che nasce dalle origini di questo artista, nascosto dietro un tentativo, forse oggi venuto meno, di non diffondere la propria identità, che però gli ha dato l'impronta che lo ha reso unico e riconoscibile in tutto il mondo.



Abituati a girar per mostre, i miei figli restano sempre molto affascinati dallo stile e dai messaggi del writer britannico, considerato uno dei maggiori esponenti della street art.
La forza dei suoi lavori, definiti anche post-graffiti e guerrilla art sta, infatti, nell'utilizzare la dimensione stradale e pubblica e lo spazio urbano, per denunciare e documentare tematiche anche molto impegnative, come possono essere la guerra o lo sfruttamento minorile, utilizzando però sempre un taglio ironico e satirico. Un po' come quando noi genitori cerchiamo di affrontare temi "da grandi" con i nostri figli e lo facciamo usando parole semplici, o avvalendoci dell'aiuto di fiabe o cartoni animati che trattano quell'argomento, nello stesso modo Banksy, con la sua arte riesce a parlare ai più piccoli.


La mostra ospitata da Palazzo Fava si articola in trentadue sezioni, ricostruendo e inquadrando l’opera di Banksy all’interno del suo specifico contesto generativo, evidenziando il ruolo della cosiddetta “Scuola di Bristol”: un nucleo di artisti e protagonisti della scena locale – tra cui Robert Del Naja, Tom “Inkie” Bingle, Felix “Flx” Braun, Kyron “Soker” Thomas e Nick Walker – che hanno contribuito a definire il linguaggio e l’ambiente creativo da cui sono scaturite opere iconiche come Balloon Girl e Flower Thrower.

La mostra presenta oltre trecento tra opere, documenti originali e materiali d’archivio. Le sezioni sono affidate ad artisti e figure culturali che hanno condiviso con Banksy esperienze formative e progettuali nella Bristol degli anni Novanta.
La ricerca e il catalogo edito da Sillabe sono a cura di Giovanni Argan, con la supervisione di un comitato scientifico internazionale composto da studiosi tra i più autorevoli nel campo degli studi su Banksy.
Questa mostra è molto adatta ad un pomeriggio in famiglia diverso, per avvicinare i nostri figli all'arte, ma farlo con un linguaggio semplice che permetta loro di trovare stimoli e di riuscire a capire quello che l'artista voleva trasmettere.





sabato 28 marzo 2026

Frida Kahlo, a Palazzo Pepoli, insegna ai bambini a guardarsi con gli occhi degli altri

Come ci vediamo noi? Come ci vedono gli altri? Chi era Frida Kahlo e cosa rappresenta oggi per noi? 
Entriamo nella nuova mostra ospitata, dal 28 marzo al 27 settembre 2026, a Palazzo Pepoli di Bologna, sede del Museo della Storia di Bologna, e curata da ONO arte, con queste domande. L'esposizione, presentata da Ergo Expo, dal titolo “Frida Kahlo. Lo sguardo come identità”, è infatti dedicata all’artista messicana e alla rappresentazione della sua immagine.


Prima di scegliere e visitare una mostra con i miei bambini cerco sempre il modo per incuriosirli e coinvolgerli. Per farlo gli pongo delle domande che partono da loro: credi che il modo in cui ti vedi e ti rappresenteresti tu è uguale a come ti vedono e ti disegnerebbero i tuoi amici o le persone che ti vogliono bene? La risposta è in una delle abitudini che toccano oggi anche i giovanissimi: i selfie vengono sempre molto differenti dalle foto che ci fanno gli altri. Cambia l'espressione e anche il focus centrale. Forse gli altri vedono di noi e amano e valorizzano di noi cose che invece noi tendiamo a sottovalutare o a non amare. 

È quello che succede in queste 70 fotografie originali realizzate da importanti autori e autrici della fotografia, tra cui Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz, Bernard Silberstein e Graciela Iturbide, che ritraggono, parlano e raccontano Frida Kahlo. 

Artista, attivista, donna, icona, Frida Kahlo è diventata negli ultimi anni un simbolo, spesso svuotato di contenuto o dentro il quale sono stati riversati, di volta in volta, i significati più diversi. Possiamo dire che in Frida Kahlo la nostra epoca ha trovato una figura straordinariamente utile - se non necessaria - per pensare temi che ci riguardano da vicino quali identità, corpo, dolore e rappresentazione di sé. Lei stessa, infatti, nel corso della sua vita, è sempre stata molto consapevole e attenta alla propria immagine.


L’ampio uso dell’autoritratto nella sua pratica pittorica – iniziato dopo l’incidente che, appena diciottenne, la immobilizzò a letto per oltre tre mesi e la segnò per tutta la vita – testimonia un costante lavoro sulla rappresentazione del sé. Anche l’uso esclusivo di abiti della tradizione messicana, in contrasto con la moda dell’epoca, diventa parte integrante della sua identità e, in seguito, del suo mito. Kahlo arrivò persino a modificare il proprio nome e a cambiare l’anno di nascita, facendolo coincidere con quello della rivoluzione messicana. 


Ma gli altri la vedevano come si vedeva lei? Questa mostra aiuta anche i più piccoli a riflettere su questo interessante tema. Crescendo, Kahlo, infatti, non rifiutò mai l’opportunità di farsi fotografare, che si trattasse di amici, parenti o degli artisti con cui entrava in contatto. È difficile individuare, nella storia dell’arte, qualcuno ritratto così frequentemente quanto Frida Kahlo, soprattutto considerando che in quegli anni la fotografia stava appena iniziando a diffondersi come linguaggio autonomo. 

I bambini scoprono l'artista vista dagli altri, nei suoi lati forse più umani e meno eccentrici. Uno sguardo dolce e affettuoso, ma anche ammirato e rispettoso. Il grande numero di ritratti fotografici dedicati a Frida Kahlo restituisce infatti un’immagine cangiante e molteplice: c’è la Frida colta dallo sguardo dell’amante, del gallerista, delle amiche più intime, dei fotografi e delle fotografe più noti; ma anche quella osservata dai reportagisti e dai suoi conterranei ispano-americani. La domanda che emerge non è quindi quale di queste immagini sia la più autentica, ma quanto Frida stessa abbia influenzato questi sguardi. È bello vedere come i piccoli visitatori riflettano su questa importante differenza artistica, e non solo: la bellezza di scoprirsi attraverso gli occhi degli altri. 

Una mostra molto adatta al pubblico più giovane, perchè piena di spunti da cui far nascere anche una bella passione per l'arte della fotografia.





sabato 21 marzo 2026

Quando un bambino incontra Andy Warhol...

"Non è forse la vita una serie d'immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?".
Una vita alla Andy Warhol. Con la sua visione Pop, i suoi colori esplosivi, la provocazione e l'estro. Forse è così che auguro la vita ai miei figli. E portarli, oggi, a visitare la mostra a lui dedicata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è un grande onore oltre che un bel regalo. Come un nuovo paio di occhiali da sole attraverso cui vedere il mondo come un enorme parco giochi nel quale esprimere se stessi, nel bene e nel male. Perchè come diceva lui stesso
"Quando sono buono, sono molto buono, ma quando sono cattivo sono meglio".
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Intitolata Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, e realizzata grazie alla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, con il sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la mostra accoglie alcune tra le creazioni più provocatorie del grande artista, in un’immersiva rievocazione dell’esposizione del 1975-76 a cui si accompagna un appassionante viaggio nell’universo della ritrattistica warholiana. L'esposizione propone, infatti, una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.
A 50 anni dall'epocale prima ospitata, la mostra si pone una duplice ambizione: quella di riscoprire la forza iconica di immagini ancora fortemente esplosive e, parallelamente, mettere alla prova la sorprendente attualità della ricerca di Warhol, che ha anticipato l’era della comunicazione globale e ha acceso i riflettori su temi tuttora aperti come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione e diffusione di un’identità sociale. Interessante portare menti pure, libere e aperte come quelle dei bambini davanti a queste immagini provocatorie. I piccoli visitatori infatti si ritrovano davanti a ritratti di drag queen afro-americane e portoricane, e lo fanno, per la prima volta, proprio dall'occhio provocatore di Warhol. La donna, ogni tipo di donna, diventa icona grazie ad un percorso espositivo fatto di tappe che seguono la radicale reinvenzione del ritratto tradizionale prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo.
Il bambino moderno, abituato già ad immagini mai banali e sempre in movimento, si confronta con il processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto e lo rendono più leggero soprattutto per i più piccoli. In questo modo l'artista rivive nelle sale di Palazzo dei Diamanti e la domanda dei miei figli sorge spontanea: "Ma è ancora vivo?". Ma la parte più apprezzata dai miei due ragazzi arriva con alcuni dei ritratti e autoritratti più iconici prodotti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta: dalla serie di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, emblemi globali di una sensualità disinibita e teatrale, alle effigi fluide e smaterializzate di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, per culminare con una spettacolare sala di autoritratti con cui l’artista esplora i confini della sua stessa identità. Consiglio questo percorso a chi ha abituato occhi e menti dei propri figli anche alle arti più crude, estreme e potenti.

domenica 15 marzo 2026

Il Robin Hood di Fantateatro non delude mai

Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia
Nelson Mandela
Avete presente quei classici, quelle storie che passano e sopravvivono alle generazioni e continuano ad appassionare e a piacere sia ai genitori che ai figli? Possiamo dire senza dubbio che Robin Hood è una di queste. Una leggenda avvincente, un eroe di altri tempi che lascia un messaggio positivo. Una storia piena di sfaccettature che non stanca mai. Dopo aver letto il libro, aver visto diversi film e cartoni animati e averlo anche interpretato in una recita scolastica, mio figlio piccolo mi ha chiesto di andarlo a vedere a teatro. E chi, se non Fantateatro, poteva soddisfare questo desiderio? Così, in una bella domenica pomeriggio di metà marzo, siamo andati al Teatro Dehon di Bologna per scoprire questa nuova versione e interpretazione dell'eroe vestito di verde che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
Nell’Inghilterra medievale, il nobile Robin di Locksley, rimasto fedele a Re Riccardo Cuor di Leone, si oppone al nuovo sovrano di Inghilterra, il Principe Giovanni Senzaterra. Costretto alla fuga, Robin si nasconde nei boschi e inizia a farsi chiamare “Robin Hood”: altri ribelli, come Little John, si uniscono a lui e iniziano a svaligiare le casse del regno per ripartirle fra la povera gente. Quello che ci è arrivato è uno spettacolo epico e comico al tempo stesso, in cui il carattere dell’eroe protagonista è in grado di far riflettere anche i più piccoli sui valori per cui vale la pena lottare: la generosità e la giustizia. Sulle poltroncine del teatro i piccoli spettatori seguono con attenzione e passione, ridono, commentano e vengono coinvolti dal grande ardore che viene sempre fuori dagli spettacoli di Fantateatro. C'è storia ma anche colori, musica e il linguaggio giusto per arrivare a tutti, con pochi ma semplici messaggi che il bambino tiene dentro di se, elabora e fa suoi. E Robin Hood è senz'altro uno dei racconti che lasciano uno dei messaggi più belli e importanti: lottare contro le ingiustizie, difendere i più deboli e usare le proprie risorse per fare del bene. In breve: l'empatia. Sentimento, tra tutti, che forse negli ultimi decenni è andato più perduto o sottovalutato e che invece, a mio parere, dovrebbe essere inserito nella Top ten di quelli da insegnare, insieme al rispetto e all'umiltà. I classici non sbagliano mai e fanno sempre molto bene ai bambini, ancor più se visti a teatro e messi in scena dalla chi sa parlare il linguaggio dei più piccoli usando l'arte.

sabato 7 marzo 2026

Ruth Orkin: gli scatti social di una donna artista

Cos'è la fotografia per le nuove generazioni di oggi? Una spettacolarizzazione compulsiva della propria vita, un susseguirsi di esperieze più o meno banali da condividere, un'auto celebrazione di se stessi o delle proprie amicizie e amori. Ma nello scatto resta sempre la stessa anima: ossia il tentativo di bloccare qualcosa, di lasciare qualcosa. Ed è quello che resta anche negli scatti di Ruth Orkin, in mostra a partire dal 5 marzo e fino al 19 luglio 2026 Palazzo Pallavicini. Un viaggio nella New York degli anni '40 e '50. Ma non solo, tra le immagini si ritrova anche Firenze, Venezia e Parigi. Un salto nella Hollywood più vera attraverso i volti, le ombre, i pezzi di passato. Uno sguardo alle espressioni rubate, di personaggi famosi oppure no. Grandi protagonisti anche i bambini, che giocano per strada, e i cani.
L'esposizione, curata da Anne Morin, organizzata da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo racchiude 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. È bello celebrare la donna con questa esposizione dedicata ad una fotografa, ma non solo, una artista, una regista, figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti. Prima di portarli a questa mostra, ho raccontato ai miei figli di chi fosse Ruth Orkin, della sua forza e voglia di esprimersi nel Cinema in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa. La Orkin fu così costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. E lo trovò proprio dietro ad una piccola fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni. Aveva l'età dei miei figli, che oggi visitano la sua mostra, quando il suo sogno prese un nuovo percorso, sempre artistico, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. E forse per questo estremamente moderno e di più facile lettura per le nuove generazioni abituate oramai ad immagini di qualità quasi perfetta. Ho raccontato ai miei figli del suo scatto più importante, American Girl in Italy,
che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani. In questa immagine si sente tutta la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore.
Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. Molto amato dai miei figli, grandi ciclisti, che hanno potuto vedere alcuni luoghi dei loro sogni vissuti con le due ruote oltre che una vera bici dell'epoca presente nella sala espositiva. Il grande cinema americano si ritrova poi nella serie di foto col titolo Dall’alto, nelle quali Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. La città diventa così viva e le foto somigliano tantissimo alle "storie" di oggi, con pezzi di vita quotidiana e normali. I soggetti delle foto, infatti, sono inconsapevoli del proprio ruolo, ma diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Come può succedere oggi in una immagine o un video condiviso sui nostri social.
Ma la parte sicuramente più amata dai miei ragazzi è stata quella dedicata ai ritratti di grandi personaggi anche da loro conosciuti e riconosciuti: da Albert Einstein a Marlon Brando passando per Alfred Hitchcock, Woody Allen e Orson Welles. Una mostra degna dei tempi moderni che non risulta passata ma attuale e soprattutto adatta anche ai giovanissimi.